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20 aprile 2015

La balbuzie di Mosè (da Facebook).

Belle DireRoberto De Pas, la balbuzie di Moshe presenta (secondo la mia dislettura), nel suo parlare al Popolo, in Nome di colui che sarà quel che sarà, l'immagine prospettica di una storia nuova, perché scritta in un'alingua che non è più la lingua dell'adeguamento all'ordine comune, prescritto. Io penso che la balbuzie sia una sfida all'ordinamento della prosa, ai documenti, al nome anagrafico.

‪Belle DireRoberto De Pas, un Suo commento di qualche giorno fa, mi aveva già fornito l'estro per accennare qualche notazione sul caso di Moshe e della sua balbuzie, lasciando però aperto il Caso a quel che, con piacere, aggiungo ora. La balbuzie di Moshè è descritta come impedimento alla bocca perché non circoncisa. La circoncisione, in Ebraico, si dice Brit Milah = Patto di Parola. Patto, che io direi anche associazione. Mancando il Patto/associazione è come a dire che la Parola è discontinua, intervallata. Ma l'intervallo tra l'espressione linguistica e l'immagine non è forse strutturale, originaria, che non può togliersi? Non c'è forse tra Ro e berto e De e Pas un varco equivocante che consente di immaginare un'altra storia che non quella di Roberto De Pas, sé stesso tutto d'un pezzo? E se questo varco, questa vacanza di Patto di Parola, la chiamiamo balbuzie, essa diventa una chance di narrativa in libertà. Hag Pesach Sameach!


‪Roberto De Pas‪ Belle Dire, devo assolutamente trovare il tempo per rispondere a quanto scrivi in merito alla balbuzie. E lo farò quanto prima, perché davvero stimolante. Non solo per me, ma anche per stimolare pensieri nuovi in persone che quotidianamente hanno a che fare con la balbuzie, in termini spesso considerati da loro stessi invalidanti. Ti chiedo, quindi, l'autorizzazione a riportare sul mio sito "curarelabalbuzie.it" le tue parole. Io sono psicologo psicoterapeuta e, interdisciplinariamente, mi occupo di balbuzie. E di altre "logopatie". Grazie se mi darai il tuo consenso. Grazie se riterrai di non volermelo accordare. Hag Pesach Sameach anche a te.


‪Belle Dire‪ Rob, erto di passo, ok

Riletto a distanza di tempo, questo scambio su fb lo trovo ancora molto stimolante. Certamente un gioco, condotto sulle parole, ma un gioco che invita a guardare la balbuzie come un disturbo della comunicazione, e, conseguentemente, una logopatia.La sua terapia, quindi, sarà interdisciplinare, tra linguistica e fonetica da una parte, e psicologica dall'altra (riferita in particolare al tema, ampio, della comunicazione) 
7 Luglio 2016.

1 giugno 2009

De Gubernatis.


LUGLIO 2016

Angelo De Gubernatis era nato a Torino nel 1840. Morì a Roma nel 1913.
Dopo la laurea conseguita a Torino, si trasferisce a Berlino, dove segue studi di sanscrito e glottologia comparata, per i cui insegnamenti gli viene, successivamente, affidata una cattedra a Firenze.
Nel 1890, si trasferisce a Roma, dove insegna sanscrito e letteratura italiana.
Fu grande studioso dell’India. Il Museo Antropololgico di Firenze conserva le sue donazioni: reperti archeologici raccolti durante i suoi viaggi in India.
Sposò Sofia Berobrasova, cugina di Bakunin.
Nel maggio 1878, fu invitato a tenere delle lezioni alla TAYLORIAN INSTITUTION di Oxford, alcune dedicate ad Alessandro Manzoni.
Ad un certo punto, così racconta:
Le uscite manzoniane erano tutte impensate e quasi sempre felici. Lo stesso imbarazzo che il Manzoni provava talora nell’esprimersi, poiché qualche volta e ne’ momenti per l’appunto che egli aveva una maggior fretta di parlare, gli accadeva di balbettare, aggiungeva una nuova forza alle parole che uscivano poi come palle esplodenti. E sopra quel suo difetto organico egli aveva preso la buona abitudine di ridere il primo, per toglierne la volontà ed il pretesto agli altri.
La balbuzie di Alessandro Manzoni -scrive Antonio Stoppani- non era una balbuzie di genere comune come sarebbe quella, per esempio, consistente in una specie di sincope momentanea dell’organo vocale… Il Manzoni non era nemmeno di quelli che vanno soggetti a quella specie di paralisi mentale momentanea, per cui la parola, benché comunissima, rifiuta di presentarsi nell’istante, in cui si ha bisogno di proferirla. “Io, diceva il Manzoni, la parola la vedo; essa è lì; ma non vuole uscirmi dalla bocca”. Quando era in questo caso, troncava improvvisamente il discorso. “Se la si lascerà dire”, soggiungeva l’illustre paziente: e dopo questa specie di scongiuro, pronunciava senza difficoltà quella parola che prima s’era rifiutata assolutamente a pigliar forma sensibile nella sua bocca. Avendo Don Giovanni Bèttega, ora parroco di Anzano, avuto occasione di presentargli, Alessandro Manzoni, giocando di parole sul cognome di quel bravo ecclesiastico che, pronunciato lungo, in dialetto lombardo vuol dire balbetta: “Lei, disse, ha il nomen ed io l’omen”. Nella lettera che scrisse al Briano per rinunciare alla deputazione, il Manzoni fece pure allusione alla sua balbuzie; ad un amico poi che gli domandava perché non aveva voluto esser deputato, egli, scherzando, rispondeva: “Poniamo il caso che io volessi parlare e mi volgessi al presidente per domandargli la parola, il presidente dovrebbe rispondermi: - Scusi, onorevole Manzoni, ma a lei la parola io non la posso dare.”.
Ma non è qui il luogo di raccogliere aneddoti, tanto più che il loro numero, se gli amici del Manzoni superstiti vorranno ricordarli e parlare, può divenire infinito. Ho qui solamente toccato di un difetto fisico del Manzoni solamente per mostrare come anche da esso il Manzoni abbia saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie”.
Alessandro Manzoni era morto nel 1873. Nel 1874, Giuseppe Verdi gli dedicherà la famosa Messa da Requiem.
La conoscenza della balbuzie era, a quei tempi, un po’ scarsa, o, quanto meno, il dotto De Gubernatis non ne era ben informato sul piano scientifico. Ma è molto interessante questo approccio alla balbuzie, basato sull’ironia e autoironia. Che, del resto, troverà conferma nei successivi studi che la psicologia ha fatto sull’umorismo.
Quindi, dalla balbuzie il Manzoni “ha saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie”. E’, cioè, un’energia, che lui trae dalla balbuzie. Ma la balbuzie stessa è un’energia. Un’energia non dominata, non veicolata. E’ da quell’energia che si attinge la capacità, la possibilità, di curare e superare la balbuzie.Del resto, il Manzoni non accettò la carica di Deputato del Regno d’Italia (offertagli honoris causa), portando a motivazione del suo rifiuto anche la balbuzie. Ognuno reagisce come meglio crede. In quella circostanza, non ha dato prova di grande energia. Certo, se la motivazione fosse stata più forte non si sarebbe tirato indietro.
Stando al racconto della Bibbia, anche Mosè obiettò a Dio che la balbuzie gli avrebbe impedito di essere un buon capo per il proprio popolo, e che forse era meglio scegliere qualcun altro. Ma Dio non lo ascoltò, confermandogli l’incarico. E lui accettò. Non si sa se per libero arbitrio, oppure perché a certe decisioni è impossibile sottrarsi.
Vi sentite più vicini al Manzoni o a Mosè?
Domanda sciocca, certo. Ma meno di quanto sembra.