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7 giugno 2015

Lettura pubblica di poesie.


Lo STUDIO DE PAS di Psicologia e Psicoterapia e il MOMAMAMO TEATRO
hanno organizzato una Lettura pubblica di poesie tratte da: 


ORA NONA, Prova d'artista / Galerie Bordas, 2013 - con disegni di Valeria Manzi - e
 
PER RESTARE FEDELI, Transeuropa-Nuova poetica, 2013
Di Stefano Raimondi.

Lunedì 8 Giugno, ore 20.30
 Presso la Sala di Consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, Corso Buenos Aires 75, Milano.

Sarà presente l’Autore.
Vi ringrazio per la Vs. presenza a questa serata di incontro su “parola, poesia, teatro”.
Roberto De Pas

Segue il link:



20 aprile 2015

La balbuzie di Mosè (da Facebook).

Belle DireRoberto De Pas, la balbuzie di Moshe presenta (secondo la mia dislettura), nel suo parlare al Popolo, in Nome di colui che sarà quel che sarà, l'immagine prospettica di una storia nuova, perché scritta in un'alingua che non è più la lingua dell'adeguamento all'ordine comune, prescritto. Io penso che la balbuzie sia una sfida all'ordinamento della prosa, ai documenti, al nome anagrafico.

‪Belle DireRoberto De Pas, un Suo commento di qualche giorno fa, mi aveva già fornito l'estro per accennare qualche notazione sul caso di Moshe e della sua balbuzie, lasciando però aperto il Caso a quel che, con piacere, aggiungo ora. La balbuzie di Moshè è descritta come impedimento alla bocca perché non circoncisa. La circoncisione, in Ebraico, si dice Brit Milah = Patto di Parola. Patto, che io direi anche associazione. Mancando il Patto/associazione è come a dire che la Parola è discontinua, intervallata. Ma l'intervallo tra l'espressione linguistica e l'immagine non è forse strutturale, originaria, che non può togliersi? Non c'è forse tra Ro e berto e De e Pas un varco equivocante che consente di immaginare un'altra storia che non quella di Roberto De Pas, sé stesso tutto d'un pezzo? E se questo varco, questa vacanza di Patto di Parola, la chiamiamo balbuzie, essa diventa una chance di narrativa in libertà. Hag Pesach Sameach!


‪Roberto De Pas‪ Belle Dire, devo assolutamente trovare il tempo per rispondere a quanto scrivi in merito alla balbuzie. E lo farò quanto prima, perché davvero stimolante. Non solo per me, ma anche per stimolare pensieri nuovi in persone che quotidianamente hanno a che fare con la balbuzie, in termini spesso considerati da loro stessi invalidanti. Ti chiedo, quindi, l'autorizzazione a riportare sul mio sito "curarelabalbuzie.it" le tue parole. Io sono psicologo psicoterapeuta e, interdisciplinariamente, mi occupo di balbuzie. E di altre "logopatie". Grazie se mi darai il tuo consenso. Grazie se riterrai di non volermelo accordare. Hag Pesach Sameach anche a te.


‪Belle Dire‪ Rob, erto di passo, ok

Riletto a distanza di tempo, questo scambio su fb lo trovo ancora molto stimolante. Certamente un gioco, condotto sulle parole, ma un gioco che invita a guardare la balbuzie come un disturbo della comunicazione, e, conseguentemente, una logopatia.La sua terapia, quindi, sarà interdisciplinare, tra linguistica e fonetica da una parte, e psicologica dall'altra (riferita in particolare al tema, ampio, della comunicazione) 
7 Luglio 2016.

5 dicembre 2014

NUOVO CORSO DI TEATRO.

LUGLIO 2016

La caduta
(Bababadalkarakmennydorkamminarronncaammbrontonnerronntuonnthunntrovarrhounaaskaatoohoohordenentornah!) di un già walstretto oldparr viene riconta presto a letto e più tardi nella vita…

(James Joyce, Finnegans Wake H.C.E., Mondadori, Milano, 1982, traduzione di Luigi Schenoni, p. 3)

Che in inglese, cioè secondo l’originaria scrittura di James Joyce, invece, suona così:

The fall
(bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonthunntrovarrhounawnskawntoohoordenenthurnuk!) of a once wallstrait oldparr is retaled early in bed and later on life…
(James Joyce, Finnegans  Wake H.C.E., op. cit., p. 2).

Alcune osservazioni rispetto al binomio teatro/balbuzie.

1. Il fatto che durante la rappresentazione teatrale il balbuziente abbia, generalmente, un eloquio fluido e scorrevole è solo il punto di partenza, e non di arrivo. E’ il dato da cui si è partiti, per una riflessione sulla balbuzie, in quanto fenomeno piuttosto singolare della psicologia del linguaggio. E le nostre lezioni di teatro sono, dal punto di vista della balbuzie, un momento di ricerca sul campo, una ricerca sul rapporto che intercorre tra: 
a)  linguaggio e psicologia,  e tra
b) consapevolezza/conoscenza tecnica dello strumento linguistico da una parte, e propria libertà espressivo/comunicativa. Una libertà, questa, da intendersi come autorizzazione che la Persona si dà per voler esprimere il proprio mondo, intellettuale ed emozionale. 

2. Il teatro, e le sue lezioni, diventano quindi un luogo e uno strumento: 
a) luogo di incontro, per lavorare sul proprio linguaggio e sul linguaggio del proprio gruppo. Con la disponibilità, a priori, a mettersi in gioco con le proprie difficoltà, ansie, timori e gli oggettivi problemi di linguaggio, quali balbuzie, tachilalia, uso della voce ecc.  In questo luogo di incontro, i punti di debolezza diventano, o possono diventare punti di forza. Perché vengono  affrontati ed elaborati. Un’azione, questa, che genera un sapere, quindi un potere sulla propria “funzione linguaggio”.
b) il teatro è strumento, perché se ne usano le peculiarità per una progressiva e militante scoperta del proprio potenziale linguistico-espressivo, del potenziale respiratorio, del potenziale recitativo. E’ pensabile, allora, che si poss arrivare a una nuova percezione del proprio parlato: e allontanarsi, quindi, dagli stereotipi del sé balbuziente. La propria creatività, anche tecnica e non solo comunicativa, fa scoprire, e usare, la propria libertà espressiva; consente di uscire dalle gabbie costrittive, costruite su una visione limitata e ansiosa del proprio linguaggio; può portare a una interiorizzazione di queste nuove capacità e visioni di sé. 
Che è quel che più ci preme, questa interiorizzzione: perché se nella stanza terapeutica o nel teatro, il balbuziente parla bene e con relativa facilità, il problema vero è la sua capacità di portare in sé e con sé, e fuori da quei luoghi deputati, non solo quella capacità e attitudine, ma anche la nuova percezione del proprio parlato e della sua fluidità.
E non vi è alcun dubbio che gli esercizi che si fanno in sede teatrale sul linguaggio abbiano la forte capacità di scuotere le “certezze della propria balbuzie”, per aprire il varco alla ricerca di nuove certezze.

Quindi, il teatro per la cura della balbuzie va molto oltre i propri confini spazio-temporali: se recitando non si balbetta, allora questa verità va usata e non lasciata lì come se fosse una semplice curiosità della psiche umana. In effetti, rivela quanto la creatività ci possa dare in termini terapeutici, se la assumiamo come cardine espressivo della Persona. E la Persona, allora, vorrà usarla anche fuori dai luoghi degli esercizi teatrali.

Per questo ho messo in epigrafe la citazione di Joyce: giocare con il linguaggio,  usarlo in funzione della propria creatività, per potere e sapere svincolarsi dalle costrizioni, reali e soggettive, che il linguaggio ci impone.
Il linguaggio presenta, e ce li offre quotidianamente, i propri limiti rispetto al potenziale umano della comunicazione. Ma ne è anche strumento principe, e come tale è un’inesauribile miniera di ricchezze: uno scrittore spagnolo, vissuto tra il XIX e il XX secolo, Ramòn del Valle-Inclàn, ha scritto: Sventurato chi non ha il coraggio di accostare due parole che non erano mai state unite.



1 giugno 2009

De Gubernatis.


LUGLIO 2016

Angelo De Gubernatis era nato a Torino nel 1840. Morì a Roma nel 1913.
Dopo la laurea conseguita a Torino, si trasferisce a Berlino, dove segue studi di sanscrito e glottologia comparata, per i cui insegnamenti gli viene, successivamente, affidata una cattedra a Firenze.
Nel 1890, si trasferisce a Roma, dove insegna sanscrito e letteratura italiana.
Fu grande studioso dell’India. Il Museo Antropololgico di Firenze conserva le sue donazioni: reperti archeologici raccolti durante i suoi viaggi in India.
Sposò Sofia Berobrasova, cugina di Bakunin.
Nel maggio 1878, fu invitato a tenere delle lezioni alla TAYLORIAN INSTITUTION di Oxford, alcune dedicate ad Alessandro Manzoni.
Ad un certo punto, così racconta:
Le uscite manzoniane erano tutte impensate e quasi sempre felici. Lo stesso imbarazzo che il Manzoni provava talora nell’esprimersi, poiché qualche volta e ne’ momenti per l’appunto che egli aveva una maggior fretta di parlare, gli accadeva di balbettare, aggiungeva una nuova forza alle parole che uscivano poi come palle esplodenti. E sopra quel suo difetto organico egli aveva preso la buona abitudine di ridere il primo, per toglierne la volontà ed il pretesto agli altri.
La balbuzie di Alessandro Manzoni -scrive Antonio Stoppani- non era una balbuzie di genere comune come sarebbe quella, per esempio, consistente in una specie di sincope momentanea dell’organo vocale… Il Manzoni non era nemmeno di quelli che vanno soggetti a quella specie di paralisi mentale momentanea, per cui la parola, benché comunissima, rifiuta di presentarsi nell’istante, in cui si ha bisogno di proferirla. “Io, diceva il Manzoni, la parola la vedo; essa è lì; ma non vuole uscirmi dalla bocca”. Quando era in questo caso, troncava improvvisamente il discorso. “Se la si lascerà dire”, soggiungeva l’illustre paziente: e dopo questa specie di scongiuro, pronunciava senza difficoltà quella parola che prima s’era rifiutata assolutamente a pigliar forma sensibile nella sua bocca. Avendo Don Giovanni Bèttega, ora parroco di Anzano, avuto occasione di presentargli, Alessandro Manzoni, giocando di parole sul cognome di quel bravo ecclesiastico che, pronunciato lungo, in dialetto lombardo vuol dire balbetta: “Lei, disse, ha il nomen ed io l’omen”. Nella lettera che scrisse al Briano per rinunciare alla deputazione, il Manzoni fece pure allusione alla sua balbuzie; ad un amico poi che gli domandava perché non aveva voluto esser deputato, egli, scherzando, rispondeva: “Poniamo il caso che io volessi parlare e mi volgessi al presidente per domandargli la parola, il presidente dovrebbe rispondermi: - Scusi, onorevole Manzoni, ma a lei la parola io non la posso dare.”.
Ma non è qui il luogo di raccogliere aneddoti, tanto più che il loro numero, se gli amici del Manzoni superstiti vorranno ricordarli e parlare, può divenire infinito. Ho qui solamente toccato di un difetto fisico del Manzoni solamente per mostrare come anche da esso il Manzoni abbia saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie”.
Alessandro Manzoni era morto nel 1873. Nel 1874, Giuseppe Verdi gli dedicherà la famosa Messa da Requiem.
La conoscenza della balbuzie era, a quei tempi, un po’ scarsa, o, quanto meno, il dotto De Gubernatis non ne era ben informato sul piano scientifico. Ma è molto interessante questo approccio alla balbuzie, basato sull’ironia e autoironia. Che, del resto, troverà conferma nei successivi studi che la psicologia ha fatto sull’umorismo.
Quindi, dalla balbuzie il Manzoni “ha saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie”. E’, cioè, un’energia, che lui trae dalla balbuzie. Ma la balbuzie stessa è un’energia. Un’energia non dominata, non veicolata. E’ da quell’energia che si attinge la capacità, la possibilità, di curare e superare la balbuzie.Del resto, il Manzoni non accettò la carica di Deputato del Regno d’Italia (offertagli honoris causa), portando a motivazione del suo rifiuto anche la balbuzie. Ognuno reagisce come meglio crede. In quella circostanza, non ha dato prova di grande energia. Certo, se la motivazione fosse stata più forte non si sarebbe tirato indietro.
Stando al racconto della Bibbia, anche Mosè obiettò a Dio che la balbuzie gli avrebbe impedito di essere un buon capo per il proprio popolo, e che forse era meglio scegliere qualcun altro. Ma Dio non lo ascoltò, confermandogli l’incarico. E lui accettò. Non si sa se per libero arbitrio, oppure perché a certe decisioni è impossibile sottrarsi.
Vi sentite più vicini al Manzoni o a Mosè?
Domanda sciocca, certo. Ma meno di quanto sembra.